02 Mag 2024

Un’Europa di foreste

Le specie vegetali resistono alle trasformazioni dell’uomo. E con l’abbandono dei pascoli il manto forestale si riforma

di FRANCESCO SPADA

C’è un piccolo lembo di bosco di circa un ettaro e mezzo nello storico Orto Botanico di Roma, tra il Tevere e il Gianicolo. E’ un residuo di quelle popolazioni arboree primigenie che si sono mantenute da epoca antica. Lo dico con sufficiente certezza, in quanto le specie arboree presenti sono quelle che il determinismo naturale vorrebbe: giganteschi esemplari di leccio, di roverella e soprattutto di farnia, la quercia dominante in passato nelle pianure dell’Italia centrale, come la piana di Gubbio o la pianura padana di epoca protostorica e storica, che infatti era un immenso bosco di farnia. In particolare, le foreste al di là delle Alpi erano e sono (o meglio, dovrebbero essere) in gran parte degli immensi farneti. La farnia è la famosa quercus robur della sistematica linneiana.

Le specie vegetali hanno, a mio avviso più delle specie animali, una notevole capacità di resistere nonostante tutte le trasformazioni a cui l’attività umana le ha sottoposte. Fondamentalmente, l’attività umana consiste nell’eliminazione del manto forestale, in quanto, soprattutto dal neolitico in poi, l’uomo è coltivator di messi e quindi ha bisogno di spazi aperti, non occupati da alberi, e tende a trasformare le foreste preesistenti in steppe artificiali, dove coltivare specie addomesticate come il grano, l’orzo, l’avena e i cereali in genere. In questa continua interazione, l’Europa occidentale conquistata da agricoltori intorno al settimo millennio a.C. ha subito un processo di deforestazione pressoché totale, che ha lasciato lembi di coltre forestale solo in alcuni distretti d’Europa poco abitati. Da quel momento in poi, se nell’Europa centrale e, dunque, anche nell’Italia settentrionale, la deforestazione è avvenuta con l’ascia per far posto alle colture, nell’Appennino è avvenuta anche e soprattutto con il morso degli animali pascolanti, ovini e caprini, ed è stata più capillare. A questo risalgono le origini del pregiudizio settentrionale sulla civiltà pastorale dell’Appennino che ha eliminato brutalmente tutte le foreste. E questo fu uno dei principi del movimento ambientalista del secolo scorso: riportare le foreste nell’Appennino.

Oggi la riforestazione in realtà avviene in modo naturale perché purtroppo la civiltà pastorale, con il suo immenso portato culturale, è in regresso. Quindi i pascoli abbandonatisi riforestano grazie ai fenomeni naturali di successione. Questa ricostituzione del manto forestale in teoria dovrebbe essere considerata la via verso la guarigione da questo eccesso di sfruttamento della copertura vegetale delle origini. Tutta l’Europa centrale, settentrionale e meridionale dovrebbe essere forestale dal livello del mare ai 2.000 metri di quota: i pascoli e i prati di oggi sono solo aperture legate alla presenza dell’uomo. In natura non avrebbero dovuto sussistere.

Francesco Spada è un botanico, già docente all’Università La Sapienza di Roma e alla Uppsala Universitatet. Vive tra l’Italia e la Svezia.

Per approfondire i temi di questo articolo ascolta Ci vuole il legno – episodio 1: Abitare il clima, cui ha contribuito anche Luca Mercalli.

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