25 Ago 2023

Un paese di boschi

I boschi occupano il 40 per cento del territorio italiano, anche se pochi lo sanno. Ma sono una risorsa da gestire.

Intervista a Ferdinando Cotugno

Come sono cambiati i boschi in Italia negli ultimi anni?

Tante domande di cambiamento hanno cominciato a trovare un senso e uno sbocco. La strategia forestale nazionale è uno dei passaggi più importanti in questa direzione. Era atteso da tanto tempo, è il complemento del Testo unico sulle foreste. Abbiamo iniziato a dare una visione nazionale e sistemica a una materia che nella storia repubblicana italiana era sempre stata molto disaggregata, regolata da leggi regionali e spesso anche locali. I nostri boschi hanno avuto un’evoluzione da un lato ecologicamente molto spontanea e disordinata, dall’altro priva di una governance, cioè di una visione in grado di indirizzare questa risorsa. Il grande cambiamento che vedo è che finalmente c’è la consapevolezza che le foreste sono una grande risorsa nazionale. L’Italia è un grande Paese forestale, lo è diventato per dinamiche non coordinate né programmate, ma ora lo è. I numeri degli ultimi inventari forestali sono molto indicativi in questo senso.

È una buona notizia?

Quando parlo con le persone cito sempre un dato basilare, eppure completamente invisibile nel dibattito. In Italia la copertura forestale è raddoppiata: il bosco ormai occupa quasi il 40 per cento del territorio. Tutti mi fanno la stessa domanda: è una buona o una cattiva notizia? Do sempre la stessa risposta: non è né buona né cattiva, è una responsabilità che ci dobbiamo prendere. È come se avessimo ereditato un patrimonio, con cui si possono fare cose buone e cattive, come con tutti i patrimoni. Per decenni abbiamo scelto di non scegliere, di non fare nulla; ora vedo che c’è la volontà di farne qualcosa, quasi come se questo patrimonio fosse apparso all’improvviso. È cambiato il contesto politico, siamo entrati nell’epoca della transizione ecologica, che non si può fare in maniera completa né consapevole senza far partecipare un terzo del territorio.

Quanto è importante una logica collettiva e di sistema per gestire i boschi?

È fondamentale. Faccio un esempio: lavoro nel mondo dell’ambientalismo, dove ci sono visioni variegate e spesso critiche nei confronti delle biomasse come fonte di energia. Però ci stiamo accorgendo che, nei contesti in cui si riesce a far fronte comune, il legno come energia è una risorsa estremamente sostenibile. È il caso delle comunità energetiche, che possono essere basate sulla condivisione e su un uso consapevole e sostenibile delle risorse. Questo tipo di lavoro può essere sostenibile da un punto di vista sia ecologico che economico, e quindi rispondere a tutte le diverse esigenze della società. La base della sostenibilità deve essere sia sociale, sia economica, sia ecologica: il bosco non può essere trattato se non si tengono insieme questi tre aspetti. Finalmente vedo un’unione di intenti, anche nei programmi politici: per la prima volta, nel corso dell’ultima campagna elettorale, tutti i programmi dei partiti nominavano la gestione forestale, alcuni più altri meno. Non era così nel 2018.

Sta cambiando la percezione dell’importanza dei boschi?

Sì, il bosco sta facendo questa transizione, che è prima di tutto di visibilità: stiamo imparando a vederlo come una risorsa da usare in modo integrato e a superare l’idea di conservazione un po’ settaria insita nell’ambientalismo, secondo cui un bosco deve rimanere intatto, non toccato, fuori dalla società. Al contrario, il bosco deve entrare nella società: va creata più unione tra la società italiana e i suoi boschi. Il bosco ha bisogno di strade più brevi verso la società e dentro il bosco stesso; non può essere lontano, remoto, rimosso, trattato come una risorsa turistica, messo sotto una teca di cristallo, perché è vivo. La tesi di fondo del mio libro è che il bosco è uno specchio della società, e rispetta le trasformazioni sociali, politiche, culturali. La stessa rinascita del bosco in Italia è lo specchio di una trasformazione sociale. La società italiana, che è urbanizzata, basata sul consumo di suolo, deve unirsi, avvicinarsi al bosco. E dal mio punto di vista serve anche un’altra grande unione.

Quale?

Quella tra l’ambientalismo e la gestione forestale, mondi che si sono sempre guardati molto male, non capendosi. Li ho frequentati entrambi in questi anni e ho sempre visto questa diffidenza di fondo. Il mondo forestale parte dal presupposto che gli ambientalisti non capiscono e non vivono la natura, chiusi nelle proprie Ztl, e gli ambientalisti trattano il mondo forestale, quindi il sistema di accademia, aziende, operatori, come distruttori dell’ecosistema. Un’idea non più sostenibile, perché la comunione di intenti è evidente. L’ambientalismo sta cominciando a vedere che il mondo della selvicoltura è depositario di scienza, conoscenza e sapienza, mentre il mondo forestale inizia a capire che deve confrontarsi con l’ambientalismo, perché è portatore di un tassello di visione fondamentale. Non basta la tecnica, serve la visione. È un’unione che vedo crescere e saldarsi sempre di più. Siamo ancora nella fase di intenti, ci sono pezzi di operatività che ancora mancano, ma dopo tanti anni di incuria stiamo andando nella direzione giusta.

A che tipo di trasformazione sociale si è associata la rinascita dei boschi in Italia?

La popolazione italiana nella storia repubblicana è raddoppiata e si è concentrata, lasciando ampie fette di territorio in abbandono. L’Italia si è industrializzata e ha smesso di essere un Paese agricolo. La fine della civiltà agricola ha creato spazio e il bosco se l’è preso: tanti pezzi di territorio che erano pascoli, agricoltura di montagna, sono stati abbandonati e hanno lasciato spazio al bosco. Negli anni Cinquanta e Sessanta ci sono stati progetti di riforestazione di alcune aree, marginali però rispetto alla grande scala dell’abbandono delle aree interne, e il bosco se le è riprese. Queste valli piene di alberi, dove negli anni Cinquanta c’erano i pascoli, sono lo specchio di una trasformazione: prima ci abitavano le persone, oggi non più. Si possono fare mille esempi, come la valle del Po o il comune di Ostana, in provincia di Cuneo, oggi uno degli esempi di rinascita delle aree interne. Negli anni Cinquanta ci vivevano 1200 persone, negli anni Novanta solo cinque, perché erano andati tutti a Torino a lavorare alla Fiat. Oggi il bosco visto dalla valle opposta è una lingua di case circondata, quasi divorata, dagli alberi. Migliaia di borghi in Italia hanno avuto una storia simile.

Che tipo di consapevolezza ha riscontrato nella gente sul tema dei boschi?

Poca consapevolezza, scarsa conoscenza, non distacco, grande consenso: l’Italia è un paese di cui tutti amano i boschi, ma li conoscono poco, perché li frequentano poco. Quando anche a persone colte chiedevo se in Italia il bosco si è dimezzato o è raddoppiato, i più rispondevano “dimezzato”, mentre come sappiamo è raddoppiato. La percezione è l’opposto della realtà, come nel caso degli immigrati, che si crede siano molti di più. Sentiamo parlare della deforestazione in Amazzonia e pensiamo che ci sia anche qui. Quello che si fa fatica a comprendere è che la sostenibilità consiste anche nel vedere che il bosco vicino a noi è collegato alle foreste globali da dinamiche complesse. Il nostro rapporto con il legno è ancora molto coloniale. Usiamo molto legno, ma non vogliamo che sia preso dai nostri boschi. Però siamo disposti ad accettare che venga da devastanti deforestazioni nei Paesi tropicali. Anche di questo c’è poca consapevolezza: il legno è una materia viva e viene da un bosco, ma non ci chiediamo mai da quale, è un salto culturale che ancora manca. Ecco perché le certificazioni forestali sono poco utilizzate e richieste. Chi acquista un mobile difficilmente chiede se è sostenibile, quando magari ha imparato a chiederlo sul cibo: sul legno siamo ancora all’anno zero.

Esiste una consapevolezza dell’importanza della gestione del bosco?

Sta crescendo, ma c’è ancora la fobia del taglio, l’idea che anche un solo albero che viene tagliato è un danno. L’idea che gestire a volte significhi anche tagliare è ancora poco accettata, compresa, normalizzata, anche per problemi di comunicazione del mondo forestale. Quando si fa prevenzione forestale, per salvare mille ettari a volte bisogna tagliarne uno. Questo tipo di prevenzione è utile a salvare territorio e vite, ma è poco accettato sia dalle persone sia dalla politica. Per questo in Italia si preferisce combattere gli incendi anziché tagliare i boschi. Abbiamo un’idea un po’ populista degli alberi, sempre figlia di scarsa consapevolezza. Ciclicamente ritorna l’idea di risolvere tutti i problemi piantando nuovi alberi, magari un milione. È molto semplicistico pensare che l’albero risolva tutto: uno in più è sempre meglio, questo è vero, ma l’argomento viene affrontato con scarso senso della complessità. La materia forestale sembra semplice ed è invece estremamente complessa. C’è un grande problema cronico di comunicazione. Nessuno vuole toccare i boschi e li trattiamo come se fossero delle cristallerie.

Ferdinando Cotugno, giornalista professionista, lavora per Vanity Fair, GQ, Marie Claire, Rolling Stones, StartupItalia, Voce Arancio e Radio 105. Scrive di innovazione e sostenibilità per Voce Arancio, il blog di ING direct, e ha collaborato via StartupItalia al paper di Axa per l’Open Summit 2017. Ha scritto Italian Wood e Primavera ambientale.

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