01 Ago 2026

Piantare foreste serve, ma siamo in ritardo

La selvicoltura urbana e il rimboschimento sono sempre più necessari. Ma senza una corretta gestione e pianificazione rischiano di essere azioni insufficienti

Intervista a GIORGIO MATTEUCCI

Quanto legno preleviamo dalle nostre foreste in Italia e per quali scopi?
Circa il 40% dell’incremento annuale delle nostre foreste viene utilizzato ogni anno, mentre il restante 60% rimane ad aumentare il capitale di provvigione, cioè ad accrescere lo stock di biomassa e carbonio delle nostre foreste. Di questa quota prelevata, circa l’80% viene destinato alla produzione di energia, in particolare al riscaldamento domestico. In Italia sono circa 4 milioni le famiglie che utilizzano legna e pellet per scaldarsi, e che quindi dipendono da questa
risorsa. Se da un lato è preferibile usare il legno rispetto ai combustibili fossili, dall’altro, l’impiego ottimale è quello in prodotti durevoli, come mobili, ma anche strutture e abitazioni in legno. Successivamente, ciò che viene dismesso da questi prodotti potrebbe essere riutilizzato e riciclato (ad esempio per produrre pannelli), e solo come ultima fase andrebbe destinato alla valorizzazione energetica. In questo modo, il legno estratto dalle foreste continua a stoccare CO2 più a lungo, grazie alla permanenza in manufatti e costruzioni. È questa la logica che l’Unione Europea e la strategia Forestale Nazionale definiscono “utilizzo a cascata” che però in Italia non applichiamo ancora in modo pienamente efficace. Le nostre foreste, inoltre, come quelle di tutto il mondo, subiscono già oggi gli effetti dei cambiamenti climatici. Sono esposte a periodi di siccità e temperature più elevate, condizioni che influiscono
negativamente sulla loro crescita. Rispetto al passato, infatti, crescono meno, poiché i fattori di stress stanno progressivamente peggiorando.

Le foreste riescono comunque ad avere un ruolo importante?
Grazie alla loro capacità di assorbire anidride carbonica attraverso la fotosintesi, rappresentano un alleato importante nel contrasto ai cambiamenti climatici, svolgendo la funzione di “mitigazione”: contribuiscono infatti a ridurre, almeno in parte, l’aumento della concentrazione in atmosfera di CO2, il gas che contribuisce maggiormente a determinare il problema del cambiamento climatico. Nel ciclo globale del carbonio, ogni anno gli ecosistemi assorbono complessivamente circa il 50% delle emissioni antropogeniche: di questo, il 30% grazie alle foreste e il 20-25% dagli oceani. Il restante 50% delle emissioni rimane invece in atmosfera, facendo crescere la concentrazione di CO2. A livello globale, quindi, le foreste contribuiscono ad attenuare una situazione che sarebbe altrimenti ancora più grave. Tuttavia, questo non basta.

E in Italia?
Le nostre foreste assorbono circa il 12-13% delle emissioni nazionali. Questo dato non riflette una minore capacità delle nostre foreste rispetto a quelledi altri Paesi, ma dipende dal fatto che l’Italia è una nazione industrializzata, con emissioni annue pari a circa quattrocento milioni di tonnellate equivalenti di CO2: un livello che, sebbene in diminuzione, è elevato rispetto alla superficie forestale disponibile. Ogni nuovo albero contribuisce all’assorbimento di
CO2 e quindi fornisce un aiuto, ma la risposta fondamentale rimane la riduzione diretta delle emissioni. Va infatti ricordato che, sebbene un albero appena piantato inizi subito a fare fotosintesi, occorrono alcuni anni prima che la foresta raggiunga un livello significativo di assorbimento. E il tempo a disposizione per contrastare i cambiamenti climatici è ormai limitato. Per questo motivo la priorità resta abbattere le emissioni, pur riconoscendo che
le foreste sono un alleato importante. Oggi, piantare nuove foreste – inclusi i progetti di selvicoltura urbana – deve essere pensato in un’ottica più ampia di servizi ecosistemici, non solo come strumento di assorbimento della CO2. In ambito urbano, ad esempio, le foreste possono offrire numerosi benefici: contribuire al raffrescamento delle città, attenuare le ondate di calore e migliorare il benessere complessivo delle persone.

Per quanto riguarda la selvicoltura urbana, la situazione in Italia è soddisfacente o siamo ancora all’inizio?
Si deve sicuramente crescere, anche se negli ultimi anni ci stiamo muovendo parecchio. Il Pnrr prevede di piantare 6 milioni di alberi nelle nostre città. Ovviamente c’è bisogno di tempo: questi alberi devono essere prima prodotti nei vivai. Ma i nostri vivai non sono così pronti come lo erano qualche decennio fa, quando di piante se ne piantavano effettivamente qualche milione ogni anno con i rimboschimenti che ormai da oltre trent’anni non facciamo più. Da noi le foreste stanno ancora aumentando, ma per ricolonizzazione naturale, non perché le piantiamo. Nelle città è sicuramente importante farlo e abbiamo cominciato a farlo, e quindi stiamo recuperando: sulla selvicoltura urbana l’Italia è abbastanza all’avanguardia. Siamo tra i promotori della conferenza mondiale sulle foreste urbane che è giunta alla terza edizione.

In che cosa dobbiamo ancora migliorare?
Bisogna incentivare la rete e far rientrare la selvicoltura in un sistema nazionale ben pianificato. In questo senso, lo slogan bisogna piantare gli alberi giusti al posto giusto è certamente azzeccato. Dal punto di vista tecnico-scientifico sicuramente abbiamo le competenze, ma non sempre chi gestisce le città ha ben chiaro cosa deve fare. Dobbiamo pianificare al meglio e cercare di programmare una gestione efficace nel tempo. Inoltre, dobbiamo comunicare
meglio i progetti e comportarci di conseguenza: se i cittadini vedono un albero piantato l’anno prima che non è stato mai innaffiato ed è morto, certo non si fanno una grande idea del rimboschimento.

Giorgio Matteucci è presidente della Sisef (Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale). È Dirigente di Ricerca dell’Istituto per la BioEconomia del Cnr (Cnr-Ibe) ed è stato docente di Ecologia forestale.

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