04 Ago 2026
La politica ha bisogno della scienza
Al di là della propaganda, serve maggiore consapevolezza e un’abitudine a prevedere i rischi, adattando i nostri territori a eventi meteorologici improvvisi.
intervista ad ANTONELLO PASINI
Che notizie arrivano dal fronte del riscaldamento globale?
Non buone. Il 2023 e il 2024 sono stati gli anni più caldi della serie storica. In particolare, il 2024 ha superato la soglia di +1,5 °C rispetto all’epoca pre-industriale. Un dato che favorisce eventi estremi: ondate di calore e precipitazioni violente. L’Italia e l’area mediterranea si scaldano a una velocità doppia rispetto alla media globale: circa tre gradi in più rispetto all’Ottocento. Inoltre, il riscaldamento antropico ha spostato verso nord la circolazione equatoriale e tropicale.
Questo cosa comporta?
Non si verifica più l’anticiclone delle Azzorre, ben noto al pubblico grazie al colonnello Bernacca, ma prevalgono anticicloni africani, molto più intensi in termini di calore e siccità. A differenza delle Azzorre, però, non riescono a stazionare stabilmente sull’Italia. In passato, l’anticiclone atlantico ci proteggeva con aria mite: il caldo rimaneva in Africa e dopo Ferragosto arrivavano i temporali. Oggi gli anticicloni africani coprono gran parte dell’Italia e talvolta dell’Europa, però non hanno la forza di rimanere su di noi, sennò avremmo sempre temperature africane.
Non è un bene?
Sì, però quando si ritirano lasciano scoperte alcune regioni, dove si infilano correnti più fredde che contrastano l’aria calda e l’umidità persistente, i suoli bollenti e soprattutto il mar Mediterraneo. Quest’ultimo, estremamente surriscaldato, rilascia vapore all’atmosfera. Le molecole di vapore diventate acqua e anche ghiaccio sono i mattoni che causano nubi e scrosci di pioggia. L’atmosfera, in base alla legge della termodinamica, non riesce a tenere incamerata dentro di sé tutta l’energia che arriva dal Mediterraneo, quindi la scarica in modo repentino sui territori con piogge violente e alluvioni lampo. Il clima dell’Italia si è estremizzato, con i conseguenti impatti sui territori, sugli ecosistemi, sull’uomo, sulle attività agricole. Purtroppo, il clima ha un’inerzia.
In che senso?
Nel momento in cui si immettono in atmosfera dieci molecole di anidride carbonica, dopo cento anni se ne trovano ancora tre o quattro, dopo mille anni ancora una. C’è un accumulo in atmosfera e dunque, per vedere risultati fra qualche decennio, noi oggi dovremmo ridurre drasticamente le nostre emissioni da combustibili fossili e i mancati assorbimenti da deforestazione che vengono anche dall’agricoltura non sostenibile. Dobbiamo adattare i nostri territori, le nostre città.
Cosa dovremmo fare?
Grandi opere di rinverdimento nelle città, perché il verde mitiga le ondate di calore, ma allo stesso tempo fa sì che possa essere assorbita anche la pioggia violenta che quando cade sul cemento scivola in superficie. Massimo il 15% potrà essere assorbito dai tombini, ma quando arrivano i forti nubifragi le nostre strade diventano dei fiumi in piena che travolgono qualsiasi cosa: tutti abbiamo in mente le immagini delle automobili accatastate. Dobbiamo adattare la
nostra agricoltura, non si dovranno abbandonare determinate coltivazioni ma si potrà puntare su altre, come per esempio l’avocado. Allo stesso tempo, dobbiamo ridurre drasticamente le nostre emissioni di gas a effetto serra, perché altrimenti arriveremo a degli scenari talmente gravi che sarà difficilissimo difendersi e adattarsi. Il vero problema è che la nostra politica ha un orizzonte di soluzione dei problemi molto corto perché si guarda al periodo della legislatura corrente e alla rielezione più o meno immediata dei politici.
Nel suo ultimo libro, La sfida climatica, dedica un capitolo proprio alla politica e lancia una proposta. Quale?
La politica è fondamentale: ognuno di noi può fare qualcosa, ma è la politica che deve gestire la transizione
ecologica ed energetica, e quindi occorre affiancare ai politici qualcuno che abbia una visione più a lungo termine. Secondo me potrebbero essere, oltre ai giovani, gli scienziati che sono abituati a valutare i problemi in tutte le loro scadenze temporali. Per questo nel libro propongo di creare un consiglio scientifico sul clima che sia un organismo di consulenza su questi temi per il Governo e il Parlamento. Bisogna consultare la migliore scienza disponibile e
non degli pseudo-scienziati scelti dai singoli politici. È il caso di Trump che nei suoi mandati ha messo due negazionisti climatici a capo dell’EPA, l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente. Questa non è scienza, bensì significa cercare di piegare qualche pseudo-scienziato compiacente alle proprie ideologie.
Che rischi stiamo correndo?
Il rischio ha tre componenti: una è la pericolosità degli eventi meteoclimatici, quella che sta aumentando per il cambiamento climatico. La seconda è la vulnerabilità del territorio, grave in particolare per quello italiano. Abbiamo valli strette sulle Alpi, e anche sugli Appennini, dove ci sono fiumi a regime torrentizio che sono secchi gran parte dell’anno, ma quando arriva l’alluvione straripano con danni devastanti. I nostri Appennini sono fatti con un substrato di argilla e quindi sono molto franosi. Le nostre città, invece, in molti casi sono state costruite in maniera maldestra. Basti guardare a Genova o a Messina, dove ci sono dei fiumi tombati sotto la città. Appena piove più del normale, l’acqua esce dai tombini. Abbiamo sempre avuto quest’idea che l’acqua fosse governabile, adesso non lo è più.
Dobbiamo cercare di trovare soluzioni basate sulla natura, lasciando esondare i fiumi dove arrecano meno danni: la Pianura Padana è nata con le alluvioni, bisogna armonizzare di più la nostra dinamica con quella naturale.
Quale sarebbe la terza componente del rischio?
È la nostra esposizione. Significa dove andiamo a posizionare le nostre strutture, i nostri beni e le nostre persone. Nel momento di un’alluvione le persone devono sapere come comportarsi: nelle Marche ci sono stati morti perché la gente è uscita di casa per recarsi nei garage a salvare le auto. Sono cose che non si devono fare e questo va insegnato a scuola, come fanno in Giappone. Noi dovremmo imparare come salvarci dalle alluvioni improvvise.
