08 Ott 2026

Incarnare il tempo cosmico

In ogni relazione ecologica il sentire deve accompagnare il comprendere. Per affrontare la sostenibilità bisogna mettersi in ascolto

intervista a FRANCO LORENZONI

Qual è la sua interpretazione del tema della sostenibilità così come l’ha vissuta nell’esperienza della Casa-laboratorio di Cenci?

La sostenibilità, se rapportata all’educazione di bambini e ragazzi, è prima di tutto una questione percettiva: accorgersi del pianeta che abitiamo, della natura, ristabilire una sorta di parentela con gli elementi del cosmo. È da qui che siamo partiti quarantacinque anni fa con i nostri progetti, Il Corpo e il Cosmo o Con il cielo negli occhi, che puntavano a stimolare una reazione percettiva rispetto a ciò che ci circonda. Quando abbiamo cominciato c’erano, per esempio, le
università verdi di Legambiente e Italia nostra, alcune associazioni ambientaliste storiche, ma ci sembrava non sufficiente un approccio puramente intellettuale, teorico, scientifico. Le informazioni sono fondamentali, ma altrettanto importante è chiedersi: cosa sento stando vicino a un albero? Cosa provo passando una notte nel bosco o accanto a un fuoco? È da questo “sentire” che nasce la consapevolezza. Molti anni dopo, per esempio, quando Greta Thunberg cominciò il suo sciopero, ho letto che sua madre raccontando delle stranezze di sua figlia disse che lei è l’unica che vede l’anidride carbonica a occhio nudo. Intendeva dire che il suo sentire l’aveva spinta a una protesta così forte e così radicale. Nella relazione ecologica il sentire deve accompagnare sempre il capire: per provare a affrontare i temi della sostenibilità bisogna innanzitutto sentire. Questo concetto è alla base di tutte le nostre proposte.

Quarantacinque anni fa la tecnologia non era pervasiva come oggi. Non c’erano smartphone né social network. Ritiene che oggi questa esigenza educativa sia ancora più forte, visto che la tecnologia rischia di allontanarci dal contatto diretto con la natura?

Non saprei dire se allora ci fosse una maggiore capacità percettiva, ma sicuramente il tempo era scandito in modo diverso. È certo che l’idea dello schermo come principale luogo di informazione, e quindi di conoscenza, è nemica della complessità dei sensi e del nostro sentire. Una ragazza, l’anno scorso, dopo un’esperienza di una settimana nei nostri villaggi educativi estivi, dove i ragazzi non usano il cellulare, mi disse: “È stato molto importante, perché per me il cellulare è un lavoro: devo continuamente rispondere a tutti e se non rispondo esco dal gruppo, sparisco dalla socialità.
Il cellulare, insomma, mi ha sospeso in una specie di respiro ecologico”. Mi aveva colpito che definisse il cellulare un lavoro, un lavoro faticoso che occupava tutto il suo tempo, ogni giorno. La percezione della natura, invece, ha bisogno di un tempo lungo, non interrotto. Noi viviamo in un’epoca di continue interruzioni: i ragazzi sono continuamente attratti da altre cose. È vero che hanno sviluppato una grande capacità di fare più cose contemporaneamente, probabilmente più di quanto fosse possibile a noi. Non voglio demonizzare la tecnologia: credo piuttosto che bisogna attrezzarsi. Io sono sempre per “e, e”, non per “o, o”. E intorno al tempo c’è sempre stata una battaglia tra generazioni:
i genitori mettono fretta ai figli, la scuola ha i suoi ritmi, mentre i bambini avrebbero un ritmo diverso. Ma esiste anche un ritmo del cosmo che prescinde da entrambi. Appropriarsi di questo ritmo significa vedere sorgere la luna, osservare un tramonto in silenzio, accorgersi del lento ruotare delle stelle. Non è un tempo umano, né tecnologico: è un altro tempo, quello delle piante e degli alberi. Una volta ho letto che non è vero che gli alberi sono fermi: si muovono, solo che lo fanno in un tempo lentissimo. La crescita del tronco, l’altezza che aumenta, sono movimenti che non percepiamo perché siamo immersi in un tempo diverso. Ma sono movimenti straordinari che lasciano tracce: il tronco è la prova del cammino che l’albero sta facendo.

Nelle vostre attività c’è spazio per una relazione diretta con gli alberi?

Sì, assolutamente. È un aspetto fondamentale. In questo periodo stiamo portando avanti un progetto che si chiama Chi educa chi, con un gruppo di ragazzi con disabilità cognitive che sono diventati i nostri operatori. È molto interessante perché hanno modi di percepire diversi dai nostri. Uno di loro, per esempio, ci ha proposto l’attività di abbracciare gli alberi. Era una pratica che avevamo fatto molto tempo fa e che avevamo smesso di proporre. Lui ci ha detto: “Sentite, mettete le orecchie, ascoltate”. È stato un momento molto emozionante, che ci ha fatto riscoprire quanto la relazione
con gli alberi sia naturale e vitale, senza bisogno di artifici.

Quindi il vostro progetto nasce da un’esigenza profondamente umana.

Sì, direi antropologica. Per crescere è fondamentale accorgersi della rete di relazioni in cui siamo immersi, di cui possiamo renderci conto e anche gioire. Una relazione vitale con gli elementi vegetali, per esempio, è indispensabile. Altrimenti rischiamo di parlare a scuola di riciclo, di pulizia del mondo, di attività interessanti, ma senza radici profonde dentro di noi. L’ambizione è proporre esperienze indimenticabili con la natura. Mi viene in mente un episodio di molti anni fa. Una mia alunna, dopo aver studiato e calcolato la luna in classe, mi disse: “Maestro, adesso la luna non
la guardo più, però la vedo sempre”. Era una cosa meravigliosa: non serve guardarla ogni volta per sentirne sempre la presenza. Lo stesso dovrebbe accadere con gli alberi: non è necessario fermarsi sempre ad osservarli per riconoscerne la presenza, l’importanza e la bellezza.

Per prendersi davvero a cuore problemi come inquinamento e cambiamento climatico, quindi, non basta la mente?

Esatto. Bisogna costruire un sentimento di parentela con la natura.

Altrimenti il rischio è che rimanga una decisione solo razionale, non radicata?

Sì, proprio così. Senza sentire, la decisione resta superficiale: funziona nel momento in cui la prendi, ma non cambia davvero il modo di guardare le cose.

Franco Lorenzoni è stato maestro elementare dal 1978 al 2018. Nel 1980 ha fondato ad Amelia, in Umbria, la Casa-laboratorio di Cenci, un centro di sperimentazione educativa, particolarmente impegnato su temi ecologici, scientifici, interculturali e di inclusione.

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