25 Mag 2026

Un piano di gestione per i boschi italiani

L’Italia è uno dei primi importatori di legno al mondo, anche se l’80% delle nostre foreste sarebbe disponibile al prelievo.

Intervista a GIORGIO VACCHIANO

La superficie delle foreste italiane quanto si è estesa negli ultimi decenni?

Oggi siamo arrivati a circa 11 milioni di ettari: negli anni Settanta erano appena 6 milioni. L’espansione non è frutto di politiche forestali mirate, ma soprattutto di trasformazioni socio-economiche. Con lo spopolamento delle aree montane, dove un tempo si coltivava e si praticava il pascolo, i terreni abbandonati sono stati ricolonizzati spontaneamente dal bosco. Si tratta però di foreste spesso prive di gestione, quindi poco produttive e incapaci di fornire legno di qualità.

Eppure importiamo molto legname dall’estero. Non è un paradosso?

Sì: circa l’80% del legno che utilizziamo per edilizia, mobili e oggetti, e addirittura due terzi della legna da ardere, proviene dall’estero. L’Italia è uno dei primi importatori di legno al mondo. Questo è un paradosso considerando le quantità di legno che l’Italia ha a disposizione. In sé, il fatto che la legna venga dall’Italia o dall’estero non costituirebbe un problema, ma la delocalizzazione della filiera significa meno posti di lavoro e meno valore aggiunto nel nostro Paese.

Perché accade?

È un circolo vizioso. In Italia la prima trasformazione del legno è debole: le segherie sono poche, poco moderne e di dimensioni ridotte. Le più grandi lavorano 40-50 mila metri cubi l’anno, contro il milione delle austriache (venti volte tanto). Così, dopo la tempesta Vaia, gran parte del legno abbattuto è stato esportato in Austria o addirittura in Cina, per poi rientrare in Italia come semilavorato: un’occasione persa in termini occupazionali ed economici.

Ci sono anche altri motivi?

Sì, diversi. Molti boschi italiani si trovano in zone montane, difficili e costose da raggiungere. Manca una viabilità forestale adeguata e, soprattutto, manca pianificazione. Oltre l’80% dei boschi sarebbe disponibile al prelievo, ma senza piani di gestione l’offerta di legno è frammentata e imprevedibile: ciò scoraggia investimenti e spinge le imprese a rivolgersi a mercati più stabili. Un’impresa decide di acquistare legno quando la fornitura è costante nel tempo, prevedibile in quantità e in qualità: attualmente il mondo forestale italiano non è in grado di garantire questi standard.

Perché non riusciamo a pianificare?

Perché l’85% dei boschi italiani non ha un piano di gestione. La raccolta avviene in modo sporadico, spesso per necessità contingenti dei Comuni o dei singoli proprietari. Senza continuità e senza garanzie di qualità, le imprese non possono programmare. Chi deve investire in macchinari, in programmazione industriale si rivolge a mercati esteri come l’Austria, la Francia, la Romania. Per fortuna le soluzioni esistono, conosciamo vari correttivi per tutte queste debolezze.

Quali sono le soluzioni possibili?
La prima riguarda la proprietà forestale: due terzi dei boschi italiani appartengono a privati, spesso ignari di possederli o impossibilitati a gestirli. In un singolo Comune possono esserci centinaia di proprietari diversi: metterli d’accordo è quasi impossibile. Questo rende una gestione organica pianificata estremamente difficile, perché in un qualsiasi Comune, vallata, se si lavora su un terreno privato, si devono mettere d’accordo troppi proprietari di porzioni di bosco. Accertate queste debolezze, ci sono varie strategie possibili. Se vogliamo aumentare la raccolta in Italia per diminuire la pressione su risorse fragili all’estero, per incentivare l’occupazione e la filiera, dobbiamo trovare un correttivo alla frammentazione delle proprietà.

Come?
Risulta fondamentale incentivare l’aggregazione: consorzi forestali, associazioni fondiarie, accordi di foresta. In Toscana (Forest Sharing) o in Friuli (Net.Fo) università e startup fungono da garanti, semplificando la gestione collettiva e assicurando benefici agli stessi proprietari. E ancora bandi per associazioni fondiarie e accordi di foresta, l’ultima modalità che il Masaf (Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste) ha introdotto l’anno scorso proprio per aggregare i proprietari. Questa integrazione si potrebbe anche iniziare a compiere per i contratti di filiera (di nuovo uno strumento introdotto dal Masaf): l’idea è quella di avvicinare il consumatore finale al luogo di produzione, fidelizzando i clienti e trasmettendo un’attenzione culturale verso la legna che entra nelle loro case.

La pianificazione resta quindi la chiave?
Una volta create forme di aggregazione, occorre redigere piani forestali. Dal 2018 esiste un Testo unico in materia di foreste e filiere forestali che ne definisce le modalità. Il Masaf investe ogni anno circa 120 milioni di euro per promuoverli. Pianificare significa anche contemperare gli scopi produttivi e le necessità dei proprietari con i servizi che il bosco svolge per la comunità come la regolazione climatica, la protezione idrogeologica, la conservazione della biodiversità.

Conviene davvero investire in un piano?
Sì, nonostante il costo che può sembrare oneroso, almeno inizialmente. L’investimento risulta fondamentale e può essere ridotto grazie all’utilizzo di droni e satelliti. Un piano di gestione non serve solo ai proprietari dei boschi che siano Comuni o privati, ma anche alle imprese che rimangono a valle e possono contare su un flusso costante e sostenibile di materia prima. Significa meno dipendenza dall’estero, più lavoro in Italia e minori rischi ambientali legati all’importazione di legni tropicali, spesso provenienti da Paesi in cui il disboscamento genera gravi danni ecologici. Dal Paraguay al Camerun, dal Gabon al Brasile.

Giorgio Vacchiano è ricercatore e docente di Gestione e pianificazione forestale presso l’Università statale di Milano. Nel 2018 la rivista Nature lo ha indicato come uno degli undici scienziati emergenti al mondo.

Rimani aggiornato

Vuoi sapere di più sul mondo del legno?

Rimani aggiornato